Strage di Capaci

Pubblicato il da Le Ali della libertà

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BRUSCA ALL' ATTACCO DI ANDREOTTI<br /> Repubblica — 15 aprile 1997 pagina 19 sezione: ATTUALITA' <br /> <br /> PALERMO - Nessuno gliel' ha mai confidato, eppure lui è certo che il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e il consigliere istruttore Rocco Chinnici non sarebbero stati uccisi "senza il benestare di Andreotti". E' la convinzione di Giovanni Brusca, assassino del giudice Falcone e aspirante pentito. La sua è una sensazione, o meglio una deduzione, un' ipotesi, comunque sia l' ha trasmessa (e firmata, letta e sottoscritta) ai magistrati di Palermo, Caltanissetta e Firenze in un lungo interrogatorio dove - dopo mesi di tira e molla, di parole dette e non dette, di mezze verità e mezze falsità, il boss di San Giuseppe Jato ha cominciato a parlare di vicende "che non rispondevano solo agli interessi di Cosa Nostra". Con questa "ammissione" Giovanni Brusca ha aperto un nuovo libro delle rivelazioni. Il personaggio delle sue storie è Giulio Andreotti, la trama del suo racconto si sviluppa dentro il rapporto tra il clan dei Corleonesi e la corrente della Dc che in Sicilia era rappresentata da Salvo Lima. Dice testualmente il boss: "Gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non si sarebbero potuti eseguire, senza scatenare una reazione dello Stato come si è verificato per Capaci e via D' Amelio, senza il benestare di Andreotti". All' opinione pura e semplice, Giovanni Brusca fa seguire un ricordo: "Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi e a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto a intervenire con leggi speciali". La "testimonianza" sugli omicidi di Carlo Alberto dalla Chiesa e del giudice Rocco Chinnici e sui morti della cosiddetta guerra di mafia risale all' autunno scorso, ma soltanto ieri sono circolate indiscrezioni sul contenuto di quel lungo interrogatorio, un faccia a faccia tra Giovanni Brusca, il procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli, il procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra e l' allora procuratore di Firenze Pierluigi Vigna. Così ha parlato il boss che vuole pentirsi a tutti i costi. E' ancora oggi un "dichiarante", anche se i magistrati di Palermo - appena qualche settimana fa - avevano spiegato "che la sua posizione è in evoluzione". E' in corso, probabilmente, un decisivo passo verso il tanto sospirato (per Brusca) programma di protezione.<br /> Ci sono segnali inequivocabili che annunciano la "svolta": sono le pene inflitte al boss. A gennaio, era stato condannato a 24 anni per detenzione di armi. A marzo, in due processi per omicidio, i Pubblici ministeri avevano chiesto una volta 22 e un' altra 24 anni. E, proprio ieri pomeriggio, in un altro dibattimento (uccisione di Ignazio Salvo), sono stati chiesti per lui "soli" 22 anni: in primo grado era stato condannato all' ergastolo. E' una "tendenza" che accredita Giovanni Brusca sempre più come "collaboratore" e sempre meno come "dichiarante". Anche se i dubbi, le diffidenze, i sospetti, rimangono. E non solo a Palermo. Anche tra i procuratori di Caltanissetta. Al processo di Capaci, dieci giorni fa, in una mezz' oretta Brusca è stato abilissimo a disintegrare il famoso "teorema Buscetta", a cancellare ogni responsabilità per i capi della Cupola e ad addossare colpe (e quindi probabili ergastoli) solo a Totò Riina e a un paio di altri boss.<br /> <br /> BOX<br /> I VERBALI Le dichiarazioni di Brusca: 'Nino Salvo mi incaricò di avvertire Riina...' 'IL SENATORE CI MANDO' A DIRE CALMI, NON FATE TROPPI MORTI' 'Il suo aiuto arrivò per il processo Rimi' 'Arrivare a lui attraverso Cambria e Lima' Ecco il testo delle dichiarazioni rese durante un lungo interrogatorio da Giovanni Brusca ai magistrati di Caltanissetta, Firenze e Palermo.<br /> "Durante la guerra di mafia c' erano morti tutti i giorni... Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi e a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali. Io stesso ho assistito a dialoghi tra Riina e Nino Salvo, nel corso dei quali Salvo disse a Riina la stessa cosa e Riina rispose di fare sapere ad Andreotti che noi eravamo stati a disposizione sia per i voti e per altri fatti, e che ci doveva fare lavorare in pace. Noi votavamo la Dc su segnalazione di Lima e di Andreotti e abbiamo fatto avere un mare di voti a D' Acquisto su indicazione di Lima... a Trapani, abbiamo fatto votare per Grillo, andreottiano, su indicazione dei Salvo. Gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non si sarebbero potuti eseguire, senza scatenare una reazione dello Stato come si è verificato per Capaci e via D' Amelio, senza il benestare di Andreotti. Sta di fatto che questi omicidi si sono verificati dopo gli incontri avvenuti tra i Salvo e Riina e, in particolare, ricordo che proprio io e Nino Salvo ci recammo a Salemi per fare un sopralluogo nella casa di villeggiatura del dottor Chinnici. Gli omicidi di Chinnici e Dalla Chiesa non rispondevano soltanto agli interessi di Cosa Nostra, c' era un altro interesse. Sia Chinnici che Dalla Chiesa indagavano sulle esattorie dei Salvo... Al riguardo ricordo uno sfogo di Ignazio Salvo che ebbe a dire 'dobbiamo chiudere le esattorie... abbiamo fatto tanti sforzi ma non c' è nulla da fare... prima che ce le levano è meglio che le cediamo noi...' . In quel periodo, quando Totò Riina e Nino Salvo si incontravano in mia presenza, parlavano di vari argomenti e finivano sempre a parlare di Andreotti. Ricordo che in un appartamento di via Alcide De Gasperi che serviva come ufficio a Pino Lipari, si svolse un incontro che durò oltre un' ora tra Riina, Nino Salvo e Carmelo Costanzo. L' incontro ebbe per oggetto l' acquisto del palazzo Maniglia e la sua vendita alla Cassa di Risparmio. Successivamente, nella casa del professor Troja, sentii dire a Nino Salvo che l' affare non era andato come sperava perché aveva guadagnato solo 15 miliardi. Negli anni 75, 76, Totò Riina andava a caccia nelle campagne di Costanzo e si conoscevano da quel tempo... solo successivamente Riina mise Costanzo nelle mani di Nitto Santapaola... Quando Nino Salvo mi disse che Andreotti era intervenuto per il processo Rimi, mi sentivo importante. Nino Salvo mi rivelò che Andreotti era intervenuto personalmente per il processo Rimi. Dentro Cosa Nostra c' era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti. Nel 1982, su incarico di Riina, mi recai da Nino Salvo per chiedergli di intervenire nel processo dell' omicidio del capitano Basile. Nino Salvo mi disse 'peccato, ora viene difficile rispetto qualche tempo fa quando fu per i Rimi dove intervenne personalmente Andreotti...<br /> allora sono riuscito a salvare il processo per quei vigliacchi...' .<br /> Avevamo sentito parlare di Andreotti... ma quella fu la prima volta che fui messo a conoscenza di un fatto così riservato... mettendo a fuoco i miei ricordi penso che si trattava dell' ag-giustamento di un processo dove si parlava delle stessa arma utilizzata per l' omicidio del colonnello Russo. Giuseppe Cambria, socio dei Salvo, mi fu presentato da Nino Salvo nel 1983. In quell' occasione mi disse che, se gli fosse successo qualcosa, noi potevamo rivolgerci a Cambria e a Lima per arrivare ad Andreotti. I Salvo mi specificarono che Cambria era come la loro stessa persona... Dopo la morte di Ignazio Salvo, Antonio Salvo, nipote di Nino Salvo, uomo d' onore, si mise a nostra disposizione e mi portò i saluti di Pino Cambria consegnandomi un suo regalo, un orologio Pasha Cartier. Giuseppe Cambria ha una villa a Mondello vicina a quella di Salvo Lima. Di Claudio Vitalone me ne parlò Gaetano Sangiorgi, dopo che la stampa riportò la notizia che Andreotti era stato ospite su un' imbarcazione dei Salvo. Ho sentito parlare dei Salvo nel 1975 da Totò Riina, a proposito del sequestro Corleo. Riina diceva che i Salvo erano particolarmente vicini a Tano Badalamenti e a Stefano Bontate e si lamentava che i Salvo avevano messo in giro la voce che Riina era uno dei responsabili del sequestro del loro suocero, Corleo. Riina esprimeva il proprio rancore nei confronti di Bontate e Badalamenti e nei confronti dei Salvo. Diceva che, prima o poi, li avrebbe messi a posto. Ricordo che intorno al 1977, io, Antonino Marchese, Leoluca Bagarella e Andrea Di Carlo eseguimmo l' omicidio degli uomini di Giuseppe Di Cristina.<br /> Erano presenti anche Antonio e Giuseppe Di Caro che ci fornirono appoggio logistico. In quell' occasione sentii dire a Bagarella che era sua intenzione uccidere Alberto Salvo, fratello di Nino, prima che scoppiasse la guerra di mafia. Durante la guerra di mafia, i trapanesi di Agate e i Salvo si erano avvicinati a Totò Riina dicendo che, in passato, si erano sbagliati avvicinandosi a Bontate e a Badalamenti". - Attilio Bolzoni
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